LA SACRESTIA PIÙ BELLA

Il re dei Longobardi Rachis con tutta la famiglia attorno, il fratello di Carlo Magno, un re di Irlanda, un cuginastro d’Inghilterra, Boris I re di Bulgaria, un’altera regina polacca, ma anche tanti papi con la tiara e Celestino V, che invece alla tiara rinunciò, tra tutti loro il cardinale Bellarmino che, nonostante tanto onore, papa non lo diventò mai.

Tutti personaggi famosi, tutti monaci benedettini di biancovestiti (anziché come più logico con il caratteristico abito nero), in onore dell’ordine Olivetano che nel monastero di Santa Maria in Organo si stabilì nel 1444, capovolgendo, grazie al genio di Fra Giovanni, le sorti del primo vecchio edificio distrutto da terremoto del 1117, per portarlo allo splendore che sono ancora oggi il suo coro, la sacrestia, la cripta, il campanile… la chiesa tutta.

L’ultimo restauro della sacrestia sarà inaugurato oggi (giovedì 27 aprile, ore 17.30) dall’ex ministro Antonio Paolucci, già direttore emerito dei Musei Vaticani e Soprintendente a Verona negli anni Ottanta, e riguarda la volta ribassata del soffitto, l’apparato decorativo di Francesco Morone (1471-1529), l’impianto luci e i lampadari.

I lavori portati a termine nel corso dell’ultimo anno, sono stati presentati in anteprima con una conferenza stampa organizzata nella “rinnovata” sacrestia. A fare gli onori di casa ieri, don Stefano Origano di Verona Fedele, tra l’altro anche già parroco a Santa Maria in Organo, e don Luciano dalla Riva, per Diocesi e ufficio dei Beni culturali. Quindi il direttore dei lavori, l’architetto Fabrizio Rossini, che illustrava i risultati insieme alla rappresentante della Soprintendenza, Cinzia Mariano. Per i promotori e finanziatori del restauro è infine intervenuto Alberto Motta, Fondazione Zanotto.

È stata così l’occasione per rinnovare, anche pubblicamente, l’affetto e l’ammirazione che da sempre accompagnano questa chiesa di origini longobarde. Distrutta e ricostruita dopo il terremoto da Fra Giovanni da Verona, Santa Maria in Organo divenne un gioiello, spazio e simbolo, dell’ora et labora così com’era incastonata tra le migliori botteghe artigiane e i cantieri d’arte che, nel Medioevo, contraddistinguevano il quartiere sull’Isolo.

Meno nota al turismo di massa, negli ultimi decenni, Santa Maria in Organo era rimasta sapientemente un po’ in ombra. Poi, tra i 2006 e il 2010, i primi interventi importanti per l’adeguamento statico e antisismico. Quindi, l’intervento nel coro e nella sacrestia, fino ad arrivare ai giorni nostri: un’opera di restauro fortunata, frutto di una sinergia virtuosa tra più enti, tra cui Mibact Soprintendenza, Fondazione della Comunità veronese, Fondazione Cariverona e Fondazione Zanotto, che ha il pregio di restituire tutta la luce che merita all’intera sacrestia dove, sotto gli affacci affrescati del Moroni, possono risaltare oggi ancor di più straordinarie le tarsie in legno di Fra Giovanni, mirabili intagli prospettici e materici che fecero chiosare il critico d’arte Vasari “è la più bella sacrestia d’Italia”, e commentare ieri mattina -in sede di conferenza stampa- allo studioso veronese Luciano Rognini, autore di molte pubblicazioni su questa chiesa, “la sacrestia? un lavoro fatto tutto solo con la zucca e con le mani”.

La chiesa, che dallo scorso 25 novembre, è una delle tappe più amate del percorso “Rinascere dall’acqua, Verona Aldilà del fiume”, è aperta al pubblico dal giovedì alla domenica, dalle 10 alle 16.45, grazie al servizio di accoglienza dei volontari della Verona Minor Hierusalem. Nei primi 5 mesi dell’anno, questo itinerario ha registrato un boom di visitatori, con almeno 30 mila presenze. Perché “Verona è una bellissima città, ed è da valorizzare assieme”.

 

Lucia Filippi
comunicazione@vecchiosito.volontarivmh.it

Condividi con i tuoi amici